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America 1492. Ritratto di un continente cinquecento anni fa

America 1492. Ritratto di un continente cinquecento anni fa

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Dettagli prodotto :

  • EDITORE: Cde S.p.a. - Milano
  • AUTORE: Manuel Lucena Salmoral
  • ANNO DI PUBBLICAZIONE: 1990

Pagine 240 - fotografie ed illustrazioni a colori.
Copertina rigida con sovraccoperta.
Libro, di grande formato, in ottime condizioni.

Prologo:
Nel 1541 il viceré del Messico, don Antonio de Mendoza, si trovò in una singolare difficoltà. Dalla Spagna gli era stato chiesto un compendio visivo del modo di vivere degli Aztechi, non un libro più o meno ricco di particolari, ma scene, pitture, che rispecchiassero la vita quotidiana degli indios. Si sapeva già che un’immagine vale più di mille parole.
Don Antonio riunì gli artisti indigeni, i migliori che poté trovare, e ordinò che dipingessero come si mangiava, si vestiva, si studiava, si pregava, si giocava prima dell’arrivo degli Spagnoli. Doveva adempiere all’incarico e soddisfare il desiderio degli Spagnoli di conoscere le Indie senza andarci, come in un film.
Gli artisti lavorarono duramente secondo la loro antica tecnica ideografica e riuscirono in quel che era stato richiesto con pochissime intrusioni culturali; il loro lavoro rappresenta senza dubbio la miglior testimonianza grafica su un popolo amerindio e costituisce la terza parte di quello che è denominato Codice Mendoza, conservato nella Biblioteca Bodleiana di Oxford (la prima parte si riferisce alla storia di México-Tenochtitlán; la seconda illustra i tributi che si dovevano consegnare agli Spagnoli).
Nel 1549 l’opera era compiuta e pronta per essere inviata in Spagna; dieci giorni avanti l’imbarco qualcuno osservò che senza spiegazioni scritte era molto improbabile che alcun abitante della penisola la capisse. Scene familiari a quanti vivevano in Messico - gli indios che giocano alla pelota, un padre che ammonisce i figli - potevano risultare incomprensibili a un europeo. Si decise allora che spiegazioni venissero rapidamente preparate da uno spagnolo conoscitore del náhuatl (la lingua degli Aztechi) e dei costumi locali, un misterioso missionario del quale si sa soltanto che il nome o il cognome cominciava con la J, lettera che fece timidamente apporre alla sua fatica. Il reverendo J. lavorò con diligenza corredando le illustrazioni di due tipi di testo: una breve annotazione di quel che ciascuna delle figure che comparivano nei quadretti rappresentava e altri testi più estesi, per ogni illustrazione, analoghi a quelli che oggi si chiamano didascalie. L’opera fatta preparare dal Mendoza finì in mano a pirati francesi, che catturarono la nave spagnola che la trasportava, e poi appartenne al viaggiatore e scrittore André Thevet, che poté dilettarsi di quel che Filippo II non riuscì mai a vedere; in seguito passò per varie mani prima di arrivare alla biblioteca di Oxford.
Il libro che qui inizia non ha propositi molto più ampi di quelli di Mendoza: cerca di dare una visione della vita quotidiana dell’amerindio prima dell’invasione europea, egualmente si rivolge a gente che vive in un mondo diverso, quello della fine del XX secolo, e il suo scopo non va oltre quello del reverendo J., commentatore delle immagini. Vi è tuttavia una grande differenza rispetto alla terza parte del Codice Mendoza: la difficoltà che si è incontrata nella sua compilazione.
L’assenza di lingue scritte, eccetto quelle mesoamericane, l’indifferenza degli europei per la vita di quelli che ritenevano selvaggi, l’aver disperso e bruciato i loro libri all’atto della conquista (la presa di Tenochtitlán e Texcoco fu accompagnata dalla distruzione delle principali biblioteche) e, in seguito, per il sospetto che contenessero insegnamenti demoniaci (è accaduto con i manoscritti aztechi e maya a opera dei vescovi frate Giovanni de Zumarraga e frate Diego de Landa), cinque secoli di iconoclastia hanno distrutto quasi tutte le testimonianze. Quel che ci rimane sono frammenti di vita quotidiana, che non riflettono certamente tutta l’America, anche se sono rappresentativi di una sua parte sostanziale. Molti di tali frammenti sono monotoni e ripetitivi per il nostro mondo occidentalizzato e si son dovuti tralasciare per rispetto dei limiti e della piacevolezza di un libro che persegue, come si è detto, le stesse intenzioni del vicerè don Antonio de Mendoza: offrire un’immagine della vita di ogni giorno dell’indigeno precolombiano all’uomo di un altro mondo, quello che vive alla fine del XX secolo.

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