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Un posticino morale - di Emilio Jona - All'Insegna del Pesce d'Oro

Un posticino morale - di Emilio Jona - All'Insegna del Pesce d'Oro

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Dettagli prodotto :

  • EDITORE: All'Insegna del Pesce d'Oro - Vanni Scheiwiller
  • AUTORE: Emilio Jona
  • ANNO DI PUBBLICAZIONE: 1982
  • COLLANA: Narratori

Pagine 125 - copertina morbida con risvolti (lieve difetto al dorso al bordo superiore).
Edizione a tiratura limitata: stampate n. 1.500 copie, questa è la n. 1.197.
Libro in più che buone condizioni (presente breve dedica nella prima pagina).

Quale sia l’altezza di Emilio Jona, stando ai referti del romanzo, non si sa. Forse è alto un metro e venti, forse meno, forse è un girino, magari un occhio rotolante di osteria in osteria. Ma in ogni caso deve avere due piedi enormi: uno gli serve per restare ferocemente ancorato nel «Je», nella soggettività che almanacca, che cita, che strizza l’occhio, che sa di sapere, che sa di far finta di non esserci, che non riesce a essere un puro apparecchio di registrazione. L’altro piede, quello di maggior talento, si tuffa da signore nella psicosi, si fonde nell’Uroboro, diventa la perfezione degli inizi: cerchi o palla uovo, il «rotondum» dell’alchimia, il chiuso in se stesso, senza principio e senza fine, l’ottuso palpito di chissà quale orgasmo che fondi il mondo.
Il risultato di questa sorvegliatissima schizofrenia è che Jona sprofonda nella più arcaica delle regressioni, si fa seme, sperma e si perde nell’utero, forse l’unico paradiso possibile, ma lasciando dietro di sé a testimonianza di questo impersonalissimo viaggio dell’uomo, un incessante blaterio, una stracomica mucillaggine linguistica che è il suo epos e la sua liquidazione, di soggetto pensante.
Scriveva Goethe nel «West-östlicher Divan»: «Quel che porta l’età di mezzo è evidentemente quel che è alla fine e quel che era all’inizio».
Nel caso di Jona forse un tuffo esorcistico: la meta è la morte, il nulla, l’utero. Ma il viaggio è quello di Hänsel e Gretel, che si lasciano alle loro spalle i sassolini, per tornare indietro.
Certo sarebbe bello avere un mondo e avere un «Je» che lo osserva da rispettabile distanza, giacché il contrario significa angoscia e confusione, narcisismo primario direbbero i saputi. Ma spesso la tentazione di infrangere i tabù trionfa, si vuol tornare indietro, nell’incesto (in-castus significa appunto non tagliato, non separato), ma ritrovando l’unità perduta si perde quella pallida efflorescenza che permetteva, appunto, di ipotizzare un mondo in sé conchiuso e soggetto a categorie: il «Je». Ma a queste latitudini, di norma, insieme al «Je» si perde il linguaggio, e con esso la capacità di raccontare cosa si è visto. A meno di non essere un eroico mistificatore, a meno di non avere la coscienza nettissima di star giocando alla propria perdizione. Cosa che riesce a Emilio Jona che è insieme soggetto e oggetto del proprio smembramento, tutto natura e tutto letteratura.

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